Paradise Beach – Dentro l’incubo: La recensione
PICCOLA PREMESSA – Benvenuti nell’angolo videoteca del Big Blog Theory. Si parte con una recensione, ma senza voler fare il “professorone del piffero“. L’obbiettivo infatti è quello di raccontare, in modo molto “easy” e “informale”, cosa ne penso del film/serie tv/anime preso in esame.

Data la mia passione smoderata per i grandi predatori e in particolare per il Grande Squalo Bianco, sono corso a gustarmi Paradise Beach al suo debutto nelle sale italiane. Parto subito con il dire che la pellicola prodotta da Sony è sicuramente una delle migliori uscite di recente riguardo il tema “squalesco“. Bisognerebbe però aprire un’ampia parentesi riguardo la storia tortuosa, cinematograficamente parlando, del genere “shark movie“.
Ok, lo abbiamo capito, la Lively è una gran figa!
Esteticamente il film non si può discutere: scene, inquadrature, paesaggi e un’atmosfera davvero mozzafiato. Il regista è bravo a concentrarsi nella prima parte del film sulla bellezza della location e sull’arte meravigliosa del “surfing”. La camera spesso e volentieri indugia sulla spettacolarità delle onde, ma anche sulle curve perfette della Lively. Il tutto serve ad addolcire lo spettatore in vista di quello che accade nella seconda parte. Di fatto si verrà a creare un netto contrasto tra primo e secondo tempo, che ho personalmente gradito.

Il tentativo di arricchire una trama abbastanza scarna, approfondendo in maniera solida la storia della protagonista, l’ho trovato molto positivo. Jaume Collet-Serra, che avevo già apprezzato in Run All Night, può ritenersi soddisfatto del suo lavoro, così come chi si è occupato degli effetti speciali e della CGI del Great White. Anche qui bisogna premettere che dopo lo scempio che ci è stato rifilato dai migliaia di prodotti dell’Asylum (compresi i famosissimi Sharknado) , ci voleva davvero poco per riuscire a portare sullo schermo qualcosa di decente. Nonostante questo, la resa in Computer Grafica del bestione risulta abbastanza soddisfacente e credibile.

We need a bigger…bigger…bigger boat!
Purtroppo anche Paradise Beach cade in quella che definisco la più classica delle forzature: Bigger is Better. Per carità, il rendere l’animale quanto più grosso e spaventoso possibile non è così grave, anche perché lo hanno fatto tutti, persino Spielberg con il suo Jaws. Malgrado le leggende e gli avvistamenti di pescatori ubriachi, non esistono squali bianchi dalla dimensioni pari a quelle che generalmente si vedono nei film. Possiamo definirla una sorta di licenza poetica che a Hollywood tutti si predono, per essere sicuri di dare l’effetto “più grande è=maggiore è lo spavento“. Tuttavia credo ogni tanto si potrebbe anche non esagerare, soprattutto per evitare che si possa storcere il naso davanti a determinate scene. (Esempio: Blake Lively viene morsa dal mega-squalo, ma la ferita sembra un graffio rispetto alle mastodontiche fauci dell’animale.)

Bisogna però ammettere che è apprezzabile che venga almeno dato un minimo di spiegazione sul perché la bestia si accanisca così tanto contro la povera mogliettina di Ryan Reynolds. Un aspetto da non sottovalutare e che viene sempre tralasciato nelle altre pellicole di questo genere. “Si ogni tanto spiegateci perché uno squalo debba trasformarsi in un serial killer diabolico, che non si arrende fino a quando non avrà mangiato tutti i malcapitati senza un vero motivo“.
Conclusioni
Non stiamo parlando sicuramente di un capolavoro, ma circoscrivendo l’opera al particolare filone da me ribattezzato per l’occasione “b-movie squalesco“, possiamo definire Paradise Beach un buon prodotto. Un film che intrattiene lo spettatore senza particolari intoppi per tutta la sua durata.
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Valutazione

